ASPETTANDO L'AUTUNNO
Restare padroni delle proprie quattro virtù, del coraggio, della sagacia, della simpatia, della solitudine. Poiché la solitudine in noi è una virtù in quanto sublime tendenza e impulso alla pulizia.
Era bella, lo era davvero, ma non ci credeva, non ci aveva mai creduto. O forse non le importava. sull'orlo del precipizio, schiena dritta e sguardo lontano. Nessun pensiero improprio, solo la voglia di restare in bilico fra la malinconia e la felicità, fra la certezza di quel che c'era dietro e il fascino inafferrabile di quel che i suoi occhi riuscivano a cogliere senza saper spiegare. Solo la voglia di non avere nessuno fra le palle. O solo la voglia di avere lui, che non era esattamente nessuno e che non era precisamente qualcosa.
Niente di mistico dunque ma una rinnovata necessità di solitudine nella quale non sentirsi soli, una solitudine condivisibile.
La sua malinconia aveva i suoi stessi anni, gli stessi occhi, lo stesso fascino; era nata con lei, forse prima di lei e le aveva rivestito di poesia il sorriso, quel suo sorriso delicato e mai eccessivo che la rendeva dolcemente indecifrabile ai più ma non a lui.
Una storia ridicola in fondo. Una storia come tante. Due che si incontrano, si piacciono e si vogliono. E che finiscono in un letto a svelarsi abili danzatori e acrobati dei sensi. Banalmente bello, niente da dire ma, non era così. Non esattamente.
Bisogna fare qualche passo indietro per capire. Bisogna ascoltare in silenzio per capire. Capire quanto l'amore tradito, quello fatto di botte, violenza e cieca vigliaccheria può ucciderti ogni giorno e per anni e capire, dopo anni e con stupore, che da quel lontano dolore è nato un nuovo amore. L'amore che si oppone allo squallore, alla tragedia di una umanità tradita da se stessa, all'inganno dei sensi; un cantico che incanta, indefinibile e infinito, la prima nota d'autunno: l'amore per l'arte.
Se fu l'arte a volerli insieme non è dato sapere; come tutti gli artisti veri nessuno dei due si considerava tale benché fossero entrambi scrittori. Forse perché entrambi sapevano di non avere alcun potere reale sulla scrittura ma viceversa era la scrittura a decidere se e quando concedersi.
Scrivere, un talento che non si impara andando a bottega in San Lorenzo o in San Frediano come facevano i giovani fiorentini del rinascimento e che nessuna cartiera di Fabriano può suscitare. La scrittura, dicevano, è una creatura sfuggente, enigmatica e sensuale che nasce nelle lontane profondità e che bisogna saper portare in superficie. A volte con coraggio e fatica, a volte senza proprio riuscirci, altre con sorprendente semplicità. Esplorare se stessi e la vita oltre la coscienza perché se nella coscienza tutto è chiaro, almeno a se stessi, oltre di essa c'è una dimensione inesplorata, l'inconscio che aspetta di essere percorso, il mistero che si fa gioco, un labirinto di luce di luna che oltrepassa la materia e si rintana lì, dove lo scrittore temerario arrischierà, mai per diletto, sempre per amore dell'amore.
Lui scriveva delle cose ma detestava essere etichettato, ora poeta, ora filosofo, ora coglione e guardava le previsioni del tempo solo per sapere quando sarebbe arrivato l'autunno o il prossimo temporale. La sua normalità era intervallata infatti da alcune stranezze: ad ogni temporale, per esempio, lo vedevi abbellirsi; si, ho scritto bene: abbellirsi, diventava proprio bello. Si metteva in macchina, naturalmente da solo, e iniziava a percorrere tornanti e strade bianche sotto il diluvio finché giungeva a fermarsi in cima a qualche passo dove, raccolto in una perfetta solitudine, scendeva e cominciava a camminare sotto la pioggia come se nulla fosse, come se i tuoni fossero musica, i fulmini fuochi d'artificio, la pioggia coriandoli di seta. Lo so perché una volta l'ho spiato, completamente fradicio, il viso carico di una serena nostalgia e cantava, cantava pure il matto:
"Vivo come si vive in un paese libero
e in questa terra, in questo istante
sono felice, mi sento grande,
ho un amore sincero che amo e mi ama
e mi chiede poco,
ma così poco
che non è uguale o forse si.
E se non basta ancora
ho le canzoni che a poco a poco,
disfo e rifaccio come conviene ad un uomo attento,
sono felice, sono così felice
da chiedere perdono
per questo giorno della mia felicità.
Sono felice sono così felice
e chiedo, chiedo perdono
a chi ha pagato
per la mia felicità." (1)
Le note di quella canzone le aveva composte lei che oltre a scrivere, suonava il pianoforte, ma lui non lo sapeva. Lui ci aveva ricamato sopra le parole, ma lei non lo sapeva. Si incontrarono così, nelle note di una terra di nessuno, muovendosi nella stessa maniera, entrambi nello stesso silenzio, seguendo gli stessi tempi fino a far coincidere, con delirante precisione, il punto di incontro: gli occhi dell'anima. Credetemi se dico che sono situazioni che sgomentano per perfezione e imponderabilità. Ad allineare le stelle e formare un corridoio fra la terra e il mistero fu il silenzio. Il silenzio di una biblioteca.
Lui in una sala a leggere un libro scritto da lei e lei in un'altra a leggere un libro scritto da lui. Non si conoscevano, non sapevano nulla l'uno dell'altra e si stavano leggendo, in silenzio, attentamente, ignari di questa reciprocità e della loro incredibile vicinanza. Si leggevano e si donavano sensazioni, emozioni, istanti di sorrisi e qualche lacrima. Ogni emozione, ogni sensazione sviluppa e libera un'energia speciale, simile a qualcosa di avvolgente che si muove come l'aria e nell'aria. E questo loro lo sentirono, anime predisposte le sentono queste cose. Come ricevere un abbraccio, sentirsi stringere, sentirne il calore, i brividi e il senso pur sapendo di essere soli, di non avere nessuno al fianco.
Quel giorno segnò l'inizio di un sogno che non avrebbe avuto fine perché adesso sapevano che in qualche posto, in qualche ora, in qualche solitudine si sarebbero cercati, voluti, amati. A dispetto della logica e della normalità. Adesso erano in contatto, si parlavano, comunicavano in silenzio, mano nella mano. Si completavano, si stringevano, cantavano strane canzoni:
" C'è un tempo negato
e uno segreto
un tempo distante
che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini
quando è l'ora muta delle fate.
C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato
è tempo che sfugge
niente paura,
che prima o poi ci riprende,
perché c'è tempo, c'è tempo, c'è tempo, c'è tempo" (2)
E ne è passato di tempo da allora.
Si sono amati e perduti, respinti e cercati, traditi e perdonati ma quell'amore non sfiorisce, non conosce tempo e c'è ancora tempo per una follia.
Lui ha fatto portare un pianoforte a ridosso della nostalgia, in cima a quella montagna e in disparte, in silenzio ora aspetta. Lei, in piedi sull'orlo di quel precipizio fra un attimo si volterà e vedrà il piano e forse si stupirà o forse nò ma saprà che lui è li, meravigliosamente lì. Farà qualche passo, accarezzerà il nero laccato del piano, prenderà posto, socchiuderà gli occhi e suonerà, suonerà come non ha mai suonato, suonerà piangendo di gioia, suonerà per lui e per lei, per il cielo ed il vento, per la montagna e per sentirsi così vicina a dio, per chi soffre e per chi è felice, per chi è stupido e chi non lo è; suonerà note d'amore e di perdono perché bisogna perdonare, bisogna perdonarsi prima che sia troppo tardi. Suonerà finché avrà forza, finché avrà vita e sarà notte e sarà giorno e saranno note che stringono il cuore, che rapiscono, che sfiorano il tempo perché c'è tempo, c'è tempo, c'è tempo per dirsi: abbracciami,abbracciamoci,
e intanto la voce del vento accompagnerà quelle note e sussurrerà ancora:
"e se ti canto io ti vedo in questa Luna,
a mano a mano di più,
e se ti chiamo io ti lego in questa Luna,
poco per poco
e un soffio, un sorriso
e a casa, al lavoro
già sulla strada che torna da te.
Se tornerà, amore mio,
l'amore per amore,
io l'aspetterò fino al mattino
e lo riceverò fra le braccia
quando la notte, la notte ormai già chiara,
gli mostrerà il giorno che farà" (3)
Alla fine di quel concerto, le cui note si replicano ancora in quel luogo e dove è possibile sentirle nelle notti di luna piena, lei vergò alcune parole su di un foglio che infilzò in un ramo di mirto. Vi lessi:
A te, alla vita, all'amore e al mistero.
A chi sfiora l'abisso dell'infelicità;
a quei dolori silenziosi che raccolgono fra le dita le loro stesse lacrime;
a chi si è perso in un inverno e non vede più luce e non sente più calore;
a chi si agita e non capisce cosa; a chi resta immobile e non si spiega perché;
a chi si perde nel mare sterminato di una insopportabile, costretta, solitudine;
a chi ha paura di amare e a chi non conosce l'amore;
a chi ha smarrito la strada e la chiave del proprio cuore;
a chi il cuore gli scoppia, a chi il cuore non sa più sentire, a chi non sa più cosa fare;
alle madri che sopportano per i loro figli;
ai figli che non saranno mai abbastanza grati;
a chi figli non ha e li avrebbe voluti;
a chi ha toccato il fondo, a chi ha paura, a chi prega e si dispera e fugge e si nasconde;
agli amanti, clandestini naufragati nelle coste di una rinnovata isola dell'illusione;
a chi sogna e crede nonostante tutto, contro tutti e contro se stesso.
A tutti e per tutti i dolori, io suono e scrivo e scrivo e suono e suonerò e scriverò ancora, per loro e per me; per il mare, la luna, le stelle, il cielo, le montagne. Affinché il dolore sia solo un passaggio necessario verso tutta la bellezza che fiorisce e rifiorisce ogni giorno, dal tempo dei tempi per noi, per tutti noi.
Perché la speranza di un sorriso non sia sepolta dalla nostra spaventosa inadeguatezza e mediocrità, perché il sentimento non sia mai un deserto di miliardi di granelli di disamore e silenzi accumulati a forza di rabbia, orgoglio e incomprensioni.
Perché sia compreso che l'egoismo è talvolta una necessità ma non è mai una virtù.
Gautier
(1) Da "piccola serenata diurna" di Fiorella Mannoia;
(2) Da "C'è tempo" di Ivano Fossati;
(3) Da "L'amore per amore" di Fiorella Mannoia


La luna è luce che squarcia le ombre e svela il vero.
Chissà quali colori aveva il cielo di Praga il giorno in cui Milena Jesenska lesse la prima delle numerose lettere che Franz Kafka le avrebbe, da quel giorno in avanti e per lungo tempo, scritto. E chissà con quale sorpresa e trepidazione aprì quell’inattesa busta recapitatale, verosimilmente, dalle mani di un simpatico postino in bicicletta. La mia immaginazione, considerata l’epoca, percorre idealmente una Praga in bianco e nero. Un bianco e nero elegante, una bicromia semplice ed antica che sa di profonda cultura, di raffinata bellezza del tempo che fu, di vivace creatività letteraria, musicale, poetica. Mi sembra quasi di vederla Milena, mentre dispiega il prezioso manoscritto sullo scrittoio e ne legge, coinvolta ed emozionata ogni parola, ogni frase, sotto la luce appena sufficiente di un lampada da poche candele.
Pensieri privi di ragionevolezza e di risposte che fioriscono sulla spinta di chissà quali inconsci percorsi memorici mentre ascolto la pioggia battente di questo temporale estivo. Breve, intenso e violento come può esserlo il senso di appartenenza. Si, perché in fondo sentire o sentirsi di qualcuno a volte dura quanto il tempo d’una illusione, di una incolpevole credulità e questo non lo afferma nessun sacro testo di filosofia bensì quell’assenza improvvisa che tramuta la magia di una simbiosi in un impoverito senso di estraneità e di incomunicabilità. Per questa ed altre ragioni adoro l’idea di quel particolare amore nato e vissuto fra Milena e Franz; la bella traduttrice ed il giovane scrittore seppero elevare e coltivare la bellezza della loro reciproca attrazione senza mai cedere alle spinte che nascono dagli abissi della sete di conquista e di possesso né da spinte, pur umane e lecite, che nascono dal basso ventre e che sono spesso la causa di fraintendimenti e fallimenti; seppero purificare il linguaggio ed i sentimenti dalle insidie degli egoismi insiti nella natura fragile di tanti amori e riuscirono a mai rinnegarsi al sorgere di una qualche inattesa contrarietà. La critica letteraria è prerogativa del colto, io mi limito a nutrire una profonda ammirazione per le virtù non comuni di Milena e Franz, che nobilitarono di estremo candore e poesia un sentimento che io, incapace conclamato in tal senso, posso solo provare ad immaginare. Un uomo ed una donna che non si appartennero mai pur rendendosi eternamente l’uno dell’altra.
Basta un clic per riaccendere l’abat jour e rispolverare la copertina di “Lettere a Milena”; la luce mi è necessaria per rileggere e convincermi che la bellezza di certi sentimenti esiste e quando è vera non conosce tempo e non si perde mai. E non parlo necessariamente d’amore…
Sfogliando le pagine ingiallite di questo vecchio libro, l’incanto che mi prende e mi proietta altrove si intervalla e viene a tratti sovrapposto da una sensazione opposta; da un nemmeno tanto vago senso di non appartenenza del quale colgo distintamente le conseguenze. Non colgo torti o ragioni, non è un percorso praticabile e comunque non saprei farlo. Quando una generosa abbondanza di omissioni, silenzi e indifferenze, di banali “come stai” e “ciao, ciao”, si fa strada con caparbia lucidità, capisco ed avverto chiaramente di non sapermi più porre come interlocutore del nulla perché il nulla non risuona, non vibra, non può sostituire un solo pensiero o un solo battito del cuore. Non si può ridurre in polvere l’imponderabile bellezza di un richiamo della mente e quando senti tutta l’inutilità della tua “presenza” allora capisci che “l'assenza” diventa l’unica alternativa possibile. Ha così poca poesia in se il tenere aperta una porta che permette l’accesso ad una stanza vuota che capisci come sia necessario, indispensabile, chiudere porta, carta, penna e pensieri e spegnere la luce. Nessun senso di estraneità e di incomunicabilità può cancellare quanto di bello è stato vissuto, sentito scambiato liberamente.
E mentre leggo e mi soffermo a pensare, penso e riprendo a leggere, provo un disagio inedito nel sentirmi avvolto da una nostalgia insensata ed impossibile: quella per qualcosa che non ho mai vissuto